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Ultimo comune della provincia di Reggio Calabria dal lato tirrenico, Candidoni, divide Rosarno da Vibo Valentia. Insieme a Laureana, Serrata, Stelletanone, Feroleto, Caridà, Garopoli o Cheropoli è stata per lungo tempo una frazione dell’antica città di Borrello. Le sue origini sono incerte, ma dovrebbero risalire al XII – XIII secolo d.C. Di sicuro in questa zona vi fu un continuo flusso e riflusso di gente durante i periodi di pace e di violenza e prima della guerre gotiche fu una terra fertile e fiorente. Con queste parole viene descritta da Cassiodoro

Ceres ibi multa faecunditate luxuriat; Pallas etiam non minima largitate (olearum) congaudet; plana rident pasculis faecundis erecta vindemiis, abundat multifariis animalium gregibus, sed equinis maxime gloriatur armentis(1).

Fino al 1806, anno in cui divenne Comune, appartenne a parecchi nobili casati fra cui i Carlizzi, i Chiniamo, i Gallucci, i Figliucci, i Galerano, i Larocca, i Morabito, i Lacquaniti, i Protospataro, i Muscari, i Pisano ecc. In ordine gerarchico essi dipendevano dal conte di Borrello, questi dal duca di Monteleone e tutto il ducato dal principe di Salerno(2).

Il Castello(3) fu fatto edificare probabilmente dal conte Ruggero, durante la dominazione normanna, a scopo difensivo ed era ubicato su una piccola collina di 150 metri sul livello del mare, alla confluenza del Mesima col Marepotamo. Le maestranze nella costruzione del castello, rappresentate dagli artigiani delle zone limitrofe, badarono più alla solidità e all’efficacia dell’edificio nei vari suoi compiti, anziché all’estetica e all’arte. I materiali di costruzione utilizzati erano costituiti da un misto di pietre, ricavato dalle cave delle montagne orientali e dai fiumi vicini, intercalate con mattoni di creta cotta di varie dimensioni. Era dotato di una cinta muraria, citata in un documento del 1486, quando i cittadini chiesero al re Ferdinando I d’Aragona di far evolvere alla riparazione di esse le rimanenze della paga, dovuta al capitano di Borrello ed aveva un perimetro di 320 metri circa. Lo stile doveva essere gotico-normanno come si evince dalla presenza di archi gotici con delle volte a tutto sesto visibili ancora oggi. Alcuni segni inducono ad ipotizzare che vi fossero cunicoli e sottopassaggi che conducevano al convento dei P.P. Conventuali in caso d’assedio o per rifornimento d’acqua. Il fossato era assente poiché il castello era ben difeso dalla ripidezza dei pendii della stessa collina e dalle grosse mura di cinta, l’unico merlo sopravvissuto alle rovine testimonia, inoltre, che il fortilizio possedeva robusti merli difensivi. Entrando dal lato sud si apriva una stanza quadrata di m. 4×4, adibita a prigione, con tubi di cotto a diverse altezze. Qui venivano ristretti i condannati per gravi delitti o coloro che non potevano pagare pesanti debiti. Per indurre il prigioniero a confessare dai tubi si faceva scorrere acqua il cui livello aumentava sempre più fino a causare la morte per annegamento del detenuto che non avesse ritrattato. I cadaveri si lasciavano per tanto tempo mescolati nella sporca melma. In un grande salone, poi, si tenevano i ricevimenti e le grandi riunioni di dame e cavalieri. Vi erano infine depositi di armi e generi alimentari. Il maniero franò più volte a causa del terremoto, il primo dei quali si manifestò il 24 maggio 1184 determinando una parziale distruzione del complesso architettonico e la conseguente morte di molti abitanti del luogo, a questo seguirono i sismi del 1638, del 1659 e quello disastroso del 1783 che rase al suolo la città ed il castello stesso.

     

     

     

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