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Situata lungo la costa tirrenica, Catona, è una cittadina conosciuta fin dal tempo antico ed apprezzata per l’amenità dei luoghi e per il suo porto che è stato più volte teatro di violente e sanguinose battaglie. Poche ed incerte sono le notizie riguardo alle origini, ma la presenza di alcune grotte rinvenute lungo le valli di San Roberto e Calanna fanno ipotizzare un insediamento umano stabile almeno a partire dall’età del ferro. Fu colonia greca e romana. Subì le devastazioni delle invasioni barbariche e dei Saraceni e fu dominata dai Bizantini, Normanni, Svevi, Angioini ed Aragonesi.
Per quanto riguarda l’etimologia del nome, gli studiosi riferiscono varie e differenti teorie. Per alcuni il fatto che Catona si trovi accanto ad un torrente, ricondurrebbe il nome alla parola greca koitón che significa letto, camera, alveo di fiume. Ma a causa della presenza di una statua o di un faro sormontato da qualche divinità posto nelle vicinanze altri la fanno derivare da katà eikòna (presso la statua), ridottosi in Catona in seguito alla scomparsa del termine intermedio “eik”. Da ultimo, essendo un luogo di riposo per i viaggiatori che sbarcavano giornalmente nel porto, si potrebbe far risalire il toponimo a katouna che vuol dire tenda, albergo, abitazione. Quel che è certo è che un documento pontificio dell’anno 813 testimonia che l’espressione Catona, seppur con le varianti di Cathona, Cattona, Catuna e Catena, inizia a comparire nel sec. IX (1).
In epoca medievale fu terra baronale di Calabria Ultra e fu inclusa nel feudo di Fiumara di Muro. Non si conoscono i nomi dei primi feudatari, solo agli inizi del sec. XIV compare la figura di Vinciguerra Palizzi che dopo la pace di Caltabellotta, firmata il 29 agosto 1302, riuscì a conservare il possesso di Fiumara, Calanna e Mesa. Si succedettero poi a fasi alterne i Sanseverino, i Ruffo di Sinopoli, i Carafa, Aldoncia De Francesco, Vincenzo Ruffo Benavides ed i Ruffo di Bagnara. L’ultimo feudatario della baronia fu Vincenzo Ruffo, colpito dalle leggi eversive nel 1806 (2).
Il Castello, di epoca sveva, fu costruito per volontà dell’imperatore Federico II che lo utilizzò probabilmente come luogo di sosta durante i frequenti spostamenti dalla Sicilia verso la penisola. Sorgeva in posizione dominante lo Stretto nei pressi di Concessa in una zona più o meno corrispondente all’attuale casa dei signori Ranieri. Un documento (3), emanato dal papa Innocenzo IV a Perugia in data 22 maggio 1252 dove si ordina al clero di Capua di far restituire a Gualtiero Cicala i tre castelli di Santa Maria in Bruca, Torricella e Catona che gli erano stati assegnati da Federico II, prova l’esistenza di un antico maniero di cui oggi rimangono solo pochi ruderi. Dall’analisi dei resti è possibile dedurre che il palazzo aveva una pianta rettangolare con una scala a destra che conduceva ai piani superiori ed un altro ingresso collocato nella parte ad est. L’edificio assistette nel corso dei secoli a scontri e massacri che causarono la morte di nobili e civili, ricordiamo a tal proposito la strage avvenuta la notte del 6 novembre 1282 in cui vennero sterminati dagli Almogavari aragonesi il conte d’Alancon, nipote di Carlo d’Angiò, insieme a molti dei suoi soldati ed agli incolpevoli abitanti della contrada. Con l’introduzione delle armi da fuoco, l’imponente costruzione medievale si rivelò inadeguata ai moderni sistemi di attacco ed abbandonata andò incontro al lungo processo di degrado che ne ha determinato la quasi completa scomparsa.
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